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Italia prima in Europa per numero di ZTL, ma senza una strategia nazionale

Pubblicato il: 12/06/2026
Autore: Redazione GreenCity
Uno studio della Luiss Business School rivela un sistema frammentato: tante limitazioni, poche regole comuni e il rischio di nuove disuguaglianze.

L’Italia detiene un primato poco conosciuto ma significativo: è il Paese europeo con il maggior numero di Zone a Traffico Limitato, concentrando da sola il 56% delle limitazioni alla circolazione presenti in Europa. A evidenziarlo è la ricerca “Auto e Città, oltre il divieto” dell’Osservatorio Auto e Mobilità della Luiss Business School, che analizza il rapporto tra mobilità privata e spazio urbano in un momento in cui le città sono chiamate a ripensare il proprio modello di sviluppo.

Secondo lo studio, su circa 500 ZTL attive in Europa, 446 si trovano in Italia. In totale, tra ZTL, Low Emission Zone (LEZ) e sistemi di congestion charge, il nostro Paese conta 485 misure di limitazione dell’accesso, più della metà degli interventi europei. Un dato che racconta una diffusione capillare di strumenti nati per proteggere i centri storici e il patrimonio urbano, ma che spesso non incidono direttamente sulla qualità dell’aria, poiché non considerano le caratteristiche emissive dei veicoli.

Diverso è il caso delle Low Emission Zone, pensate per ridurre l’inquinamento selezionando l’accesso in base alla tecnologia di trazione. In Europa se ne contano 338: la Spagna guida la classifica con 82 zone, seguita da Francia (63), Germania (57) e Paesi Bassi (40). L’Italia, con 37 LEZ, è solo quinta e presenta un sistema fortemente disomogeneo, con regole che cambiano da città a città e differenze marcate tra Nord e Sud. Una frammentazione che rende difficile orientarsi per cittadini e operatori, in assenza di standard nazionali e di una piattaforma unica che raccolga tutte le informazioni.

Il confronto con altri Paesi europei mette in luce modelli più strutturati: Francia e Spagna adottano sistemi centralizzati con bollini ambientali, segnaletica uniforme e criteri condivisi; la Germania, pur lasciando autonomia ai Länder, garantisce standard tecnici comuni. L’Italia, invece, continua a muoversi in ordine sparso, senza un’infrastruttura regolatoria unitaria.

La ricerca analizza anche gli effetti delle misure di regolazione degli accessi. L’esame di 25 studi internazionali conferma che LEZ e congestion charge riducono traffico ed emissioni, migliorano la qualità dell’aria e possono persino aumentare il valore immobiliare nelle aree interessate. Solo due studi segnalano effetti collaterali come l’aumento dell’inquinamento nelle zone limitrofe, ma registrano comunque un miglioramento complessivo delle condizioni ambientali urbane. Anche interventi come pedonalizzazioni e Zone 30 smentiscono alcuni luoghi comuni: la riduzione della velocità non penalizza il commercio, anzi può aumentare l’attrattività economica e la vivibilità.

Accanto ai benefici, lo studio richiama però l’attenzione sui rischi sociali. Le restrizioni alla circolazione possono infatti generare nuove disuguaglianze, penalizzando chi possiede veicoli più datati e non può permettersi di sostituirli. Per questo, nei casi di maggiore successo, le politiche ambientali sono accompagnate da misure compensative, come incentivi al rinnovo del parco auto e un rafforzamento del trasporto pubblico.

Un’ultima criticità riguarda la mancanza di una governance basata sui dati. Lo studio evidenzia la scarsità di analisi ex ante ed ex post sull’introduzione delle misure restrittive. Per orientare le politiche future in modo più trasparente ed efficace, l’Osservatorio suggerisce l’adozione di sistemi di monitoraggio fondati su indicatori di performance, capaci di valutare l’impatto reale degli interventi.



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Categorie: Mobilità

Tag: Mobilità