Il paradosso del caldo estremo nel Sud Globale: la vulnerabilità non dipende solo dal termometro o dal reddito
Una ricerca di CMCC, Università Ca’ Foscari e University of Bristol pubblicata su Nature Sustainability rivela come le carenze strutturali e sociali determinino la povertà di raffrescamento sistemica per milioni di persone.
Autore: Redazione Greencity
La vulnerabilità al caldo estremo non può essere ridotta a una semplice questione di gradi centigradi o di disponibilità economica, ma rappresenta un fenomeno molto più complesso e ramificato. Lo dimostra una nuova ricerca internazionale condotta dal CMCC, dalla University of Bristol e dall’Università Ca’ Foscari Venezia, che ha introdotto per la prima volta su Nature Sustainability il concetto di Systemic Cooling Poverty (povertà di raffrescamento sistemica). Attraverso una valutazione multidimensionale applicata a 28 paesi del Sud Globale, gli studiosi hanno evidenziato come la capacità di mantenersi in condizioni di sicurezza termica dipenda dall'intersezione di ben cinque dimensioni chiave: l'esposizione climatica, la qualità delle infrastrutture e dei beni, le disuguaglianze sociali, l'efficienza del sistema sanitario e la tutela degli standard lavorativi ed educativi. Questa mappatura innovativa ribalta i vecchi paradigmi, dimostrando che possedere un condizionatore d'aria non è un indicatore sufficiente a garantire la protezione dal calore.
I dati emersi dallo studio, che ha preso in esame un bacino di circa tre miliardi di individui, delineano un quadro emergenziale in cui oltre due terzi della popolazione analizzata si trova in condizioni di insicurezza termica in almeno uno dei parametri considerati. Ancora più allarmante è la situazione di quasi 600 milioni di persone che vivono in regioni colpite da una grave povertà sistemica di raffrescamento, dovendo affrontare contemporaneamente molteplici forme di deprivazione. Tra i fattori che pesano maggiormente sulla salute e sulla sicurezza delle comunità, la combinazione tra bassi standard educativi e precarie condizioni di lavoro si è rivelata il problema prevalente, interessando ben 2,2 miliardi di persone costrette a lavorare senza adeguate tutele legislative, pause o barriere protettive contro la morsa del calore.
Questa prospettiva sistemica spiega alcuni paradossi geografici evidenziati dai ricercatori. Paesi strutturalmente torridi come Indonesia, Egitto e Giordania registrano livelli di vulnerabilità relativamente bassi perché supportati da migliori reti di trasporto, servizi efficienti e materiali edili più adeguati. Al contrario, nazioni caratterizzate da temperature medie decisamente più miti, come l’Etiopia o la Repubblica Democratica del Congo, appaiono estremamente deboli e impreparate di fronte ai picchi di calore a causa di barriere infrastrutturali insormontabili e profonde disuguaglianze sociali. Esiste infatti solo una debole correlazione lineare tra il PIL pro capite di uno Stato e la sua capacità di rispondere all'emergenza termica, a dimostrazione del fatto che la ricchezza finanziaria da sola non immunizza dalle carenze strutturali.
Il nuovo indice multidimensionale si propone quindi come un prezioso strumento operativo per i governi locali e i pianificatori urbani. Identificando le specifiche carenze di un territorio - che si tratti della mancanza di spazi verdi e corsi d'acqua all'interno delle città, di abitazioni inadeguate o del difficile accesso alle cure mediche - le amministrazioni pubbliche possono finalmente calibrare e indirizzare gli interventi di adattamento climatico dove sono più urgenti. Questo ampliamento del dibattito verso i concetti di thermal justice e giustizia climatica si rivela fondamentale non solo per i paesi in via di sviluppo, ma anche per il Nord Globale e l'Occidente, dove l'invecchiamento della popolazione e la rapida obsolescenza delle infrastrutture stanno facendo emergere con forza nuove forme di vulnerabilità sistemica al calore.
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