Dal 26 al 30 gennaio il WWF racconterà sui suoi canali social i 6 buoni motivi per ridurre il nostro consumo di carne e scegliere un’alimentazione più vegetale, consapevole e sostenibile, nel mese del Veganuary.
Autore: Redazione Greencity
Nel mondo la maggior parte dei mammiferi presenti sulla terraferma non vive più in Natura. Il 60% della biomassa dei mammiferi è costituito da animali allevati, il 36% da esseri umani e solo il 4% da specie selvatiche. È da questa consapevolezza che il WWF, nell’ambito del Veganuary, il mese del vegetarianesimo e della salute, dà il via e rinnova la sua Meat Free Week, in programma dal 26 al 30 gennaio 2026, all’interno della campagna Our Future.
Una settimana di approfondimenti tematici per informare, sensibilizzare e incoraggiare tutti a ridurre il consumo di carne, a favore di un’alimentazione più sostenibile per il Pianeta, la biodiversità e la nostra salute. I 6 buoni motivi per ridurre il nostro consumo di carne, che il WWF racconterà sui suoi canali social nella prossima settimana, sono legati infatti tanto agli impatti della produzione intensiva di carne e derivati animali su tutte le risorse del Pianeta, quanto alla nostra salute, senza dimenticare il benessere animale e la resilienza delle nostre economie.
Come denuncia il WWF, gli allevamenti intensivi ormai predominanti su scala globale e da cui proviene fino all’80% della carne consumata in Italia, hanno indiscutibilmente ridefinito la struttura della vita sul nostro Pianeta. L’attuale sistema di produzione di carne genera numerosi impatti, diretti e indiretti, sugli ecosistemi globali. La carne, infatti, non “nasce” solo negli allevamenti, “cresce” anche nei milioni di ettari di habitat naturali trasformati in campi agricoli per la produzione di mangimi, in particolare soia e mais. Secondo ilWorld Resources Institute, la distruzione di foreste e savane tropicali colpisce in modo significativo Paesi ad altissima biodiversità, soprattutto in Sud America, come Brasile e Argentina. A livello globale, oltre 200 milioni di ettari di suolo agricolo sono oggi destinati alla produzione di mangimi, molto maggiore dell’intera superficie agricola dell’Unione europea.
Anche l’Italia è parte di questo modello: negli ultimi decenni, il numero degli allevamenti nel nostro Paese è diminuito, ma quelli rimasti sono diventati sempre più grandi e intensivi. Questo significa concentrare migliaia di animali in pochi impianti, incrementando gli effetti negativi dell’allevamento su aria, acqua, suolo, aumentando le emissioni climalteranti e peggiorando il benessere animale. Allo stesso tempo, la scomparsa di aziende zootecniche di piccola e media dimensione, spesso biologiche, estensive o rigenerative, indebolisce i territori rurali e riduce la diversità degli agroecosistemi, rendendoli meno resilienti.
Il WWF Italia continua a denunciare l'impatto devastante degli allevamenti intensivi su animali, ambiente, piccole aziende e salute pubblica. Per questo, insieme a Terra!, Greenpeace Italia, Lipu e ISDE - Medici per l’ambiente, l’associazione ha lanciato la proposta di legge "Oltre gli allevamenti intensivi - Per una transizione agroecologica della zootecnia". L’invito alla politica è di avviare l’iter legislativo della pdl presentata dalle stesse associazioni a Montecitorio nel marzo 2024 e oggi ferma in attesa di calendarizzazione in Commissione Agricoltura.
Una filiera sempre più opaca
Oggi circa il 90% dei prodotti animali nella grande distribuzione non possiede informazioni chiare e comparabili sulle condizioni di allevamento, rendendo difficile per i consumatori orientare le proprie scelte di acquisto. In questo sistema gli animali diventano numeri, invisibili a chi consuma, e si rende più difficile comprendere l’impatto delle nostre scelte alimentari.
Il WWF conferma che attualmente il 60% della carne bovina consumata in Italia proviene da importazioni da Paesi UE come Francia, Polonia, Olanda, Spagna e Germania. Dal Brasile arriva soprattutto carne bovina congelata. Per il settore suinicolo italiano, la dipendenza dalle importazioni è meno drastica ma comunque significativa: importiamo il 40% circa. Tuttavia, anche le produzioni europee e nazionali dipendono in larga misura da mangimi importati, in particolare soia e cereali destinati all’alimentazione animale. Una quota rilevante di questi mangimi proviene dal Sud America, collegando indirettamente il mercato italiano alla deforestazione, alla conversione degli habitat naturali e agli impatti ambientali globali, anche quando la carne non è direttamente importata da quei Paesi.
Questa interdipendenza delle filiere rende particolarmente fragile l’idea di un’origine “nazionale” del prodotto. È infatti facile poter trovare prodotti che noi tutti percepiamo di origine nazionale, ma che, in realtà, provengono da filiere internazionali, anche extra-europee. Molto spesso, se si controlla in etichetta si legge: “Origine carne: extra UE”, soprattutto per numerosi prodotti freschi e trasformati, come hamburger e macinati, polpette pronte, preparazioni per ragù e molte carni trasformate (nuggets, cotolette, bastoncini di carne, kebab, spiedini pronti). Questi prodotti possono contenere miscele di carni di origine UE ed extra UE, spesso congelate e successivamente scongelate. In etichetta, tali informazioni sono generalmente indicate in modo generico (“origine UE”, “origine extra UE”), rendendo difficile per i consumatori comprendere la reale provenienza della carne. In assenza della dicitura “origine Italia”, infatti, la carne non lo è quasi mai.
Un ulteriore fattore di criticità è che, ad oggi, non esiste un obbligo di indicare in etichetta se la carne importata da Paesi extra-UE provenga da aree precedentemente deforestate. Di conseguenza, i consumatori non dispongono di strumenti per valutare se i prodotti acquistati contribuiscano o meno a processi di deforestazione e conversione di habitat naturali, con importanti impatti diretti su suolo, biodiversità e clima.
In questo contesto, il concetto di fragilità è centrale quando si parla del sistema di produzione della carne. “Il modello oggi dominante espone il sistema alimentare a vulnerabilità crescenti: si basa sulla concentrazione di enormi numeri di animali in pochi impianti e su una forte dipendenza da input esterni. Si tratta di sistemi produttivi altamente energivori, basati sull’uso di elevate quantità di mangimi - spesso importate a basso costo- e su un impiego intensivo di farmaci. Tutte queste caratteristiche generano grandi rischi sistemici che si sommano agli ulteriori gravi impatti ambientali”, spiega Eva Alessi, Responsabile Sostenibilità del WWF Italia.
“L’alta densità degli animali negli allevamenti favorisce la diffusione di malattie e l’uso massiccio di antibiotici, incrementando il rischio di antibiotico-resistenza, una delle principali minacce alla salute globale secondo l’OMS”. Questa dinamica rende l’intera filiera sempre più vulnerabile, anche a causa della riduzione della diversità genetica e produttiva, che limita la capacità del sistema agricolo di adattarsi agli shock climatici, economici e geopolitici “rendendo il sistema più suscettibile agli effetti di eventi estremi e mettendo a rischio la sicurezza alimentare per moltissime popolazioni nel medio e lungo periodo”.
“Per questo ogni pasto conta: ridurre il consumo di carne, uova e latticini aiuta diminuire la pressione su biodiversità ed ecosistemi, migliorare il benessere animale e contribuire alla lotta alla crisi climatica, privilegiando quando si scelgono prodotti animali quelli biologici e provenienti da allevamenti agroecologici locali”, conclude Alessi.
Nel frattempo, lo stile di vita della società civile segue trend diversi e non può essere ingabbiato dalle logiche economiche o istituzionali. Nel 2024, oltre 15 milioni di famiglie italiane hanno acquistato prodotti plant-based alternativi alla carne e il mercato ha superato i 639 milioni di euro. In particolare, le nuove generazioni segnano uno spartiacque: tra i giovani tra i 17 e i 35 anni, l’82% ha adottato o intende adottare una dieta prevalentemente vegetale, soprattutto per ridurre il proprio impatto ambientale.
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