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Copenhagen è ormai alle spalle

Il summit sul clima di Copenhagen è ormai alle spalle da più di un mese. È finito con un bisbiglio, non un urlo. La capitale danese era stata ribattezzata Hopenhagen (Hope significa Speranza), ma si sa, non sempre, quasi mai, i desideri diventano realtà.

Redazione GreenCity

Pubblicato il: 24/01/2010 nella categoria Ambiente.

Copenhagen è ormai alle spalle

Un primo passo modesto, o semplicemente un non-evento?

È troppo presto per dirlo, naturalmente, ma i giochi di parole stanno già lavorando in questo ed altri modi. Per le aziende, Copenhagen sembra una ritirata, un'ooportunità mancata, in parte per causa loro. I business executives si erano impegnati a fondo, partecipando a tavole rotonde, a dibattiti, gruppi di lavoro, o approfittando dell'opportunità di partecipare ad incontri con altri uomini d'affari, rappresentati governativi, o ledader delle organizzazioni non governative presenti a Copenhagen. Ma il business – o perlomeno quelle aziende orientate al futuro – non erano adeguatamente rappresentate al tavolo dei negoziati.
Questo è in parte dovuto al fatto che il COP15 era un incontro a livello governativo, ciascuno con i suoi problemi riguardo l'economia, le necessità dello sviluppo, l'approvvigionamento delle risorse energetiche e naturali. (Le aziende erano rappresentate solo attraverso i business groups, messi allo stesso piano delle organizzazioni non governativie, le ONG, e avevano lo stesso status dei gruppi di attivitsi e non profit.) Gli interessi delle aziende sembravano essere male rappresentati nei negoziati, nonostante il fatto che nella maggioranza delle economie capitaliste le aziende siano responsabili della gran parte delle emissioni. Ma il tutto è molto più complicato di quanto possa sembrare. I problemi che i negoziatori si sono trovati ad affrontare, durante i quindici giorni di Copenhagen, sono apparentemente inestricabili. Per esempio, Brasile e Arabia Saudita hanno dato battaglia sui loro rispettivi interesse: la deforestazione, per il primo, la cattura e lo stoccaggio del biossido di carbonio per il secondo. La Russia per un momento è sembrata tenere il summit in ostaggio, intenzionata a tenere ben stretto il suo massiccio numero di crediti di emissioni — uno dei pochi effetti positivi del suo crollo economico, in quanto un'economia ferma tende a essere meno inquinante — post-2012, minacciando di gettarli tutti sul mercato in un colpo solo, causando di fatto l'azzeramento del loro valore, potenzialmente in grado di far crollare i mercati delle emissioni di carbonio. Con tutti questi giochi in atto, come poteva la linea degli interessi del business riuscire a competere?
Le reali conseguenze per il business dei risultati di Copenhagen si riveleranno nelle settimane e nei mesi che verranno, man mano che le aziende cominceranno a comprendere cosa significhi, questa inazione del summit, per le loro strategie e per i loro azionisti. A portare un po' di sole in tutto questo è la considerazione di quanto avanti si siano spinte le aziende e la tecnologia nonostante la mancanza di una qualsiasi leadership politica reale sui cambiamenti climatici. L'amministrazione Bush-Cheney ha fatto di tutto per mantenere lo status quo, perfino tornare indietro rispetto ai piccoli passi fatti in materia di clima fino ad allora. Eppure, durante quegli anni, è nato il settore del cleantech, la tecnologia pulita, che si è sviluppata fino a diventare l'industria globale che è oggi.
La tecnologia dell'energia rinnovabile è in marcia, e sta crescendo rapidamente per dimensioni ed efficienza in tutti gli angoli del mondo. L'efficienza energetica è diventata un grande business, specialmente per quanto riguarda le infrastrutture nell'edilizia, nonostante la quasi assoluta mancanza di regolamentazione o di segnali sui prezzi dell'energia o del carbone. Le aziende globali stanno misurando, tracciando e realizzando report sul loro impatto da emissioni di carbonio, e un'intera industria di strumenti software, servizi di contabilità e di offset sta nascendo. L'industria automobilistica ha virato decisamente nella direzione dei veicoli elettrici. Perfino i biocarburanti sembrano disponibili, oggi. Motivi di speranza in tutto questo? Naturalmente, tutto questo si trasformerrebbe molto più velocemente se i governi del mondo si fossero dimostrati all'altezza dell'occasione, fornendo un percorso per le aziende per fare investimenti, sviluppare strategie, e innovare. Come risultato, le domande chiave sono ancora lì, incombenti, alla fine del COP15: l'impass di Copenhagen fermerà i progressi fatti dalle corporation fino ad ora? Darà coraggio agli interessi per un'economia ad alta intensità di carbonio (e ai loro alleati tra i think tank, i politici ed i media) che perderebbero in un'economia a bassa intensità di carbonio? I loro sforzi di si dimostreranno insufficienti, per dimensione e velocità? Hopenhagen è ancora possibile?
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