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Copenhagen è ormai alle spalle

Il summit sul clima di Copenhagen è ormai alle spalle da più di un mese. È finito con un bisbiglio, non un urlo. La capitale danese era stata ribattezzata Hopenhagen (Hope significa Speranza), ma si sa, non sempre, quasi mai, i desideri diventano realtà.

Redazione GreenCity

Pubblicato il: 24/01/2010 nella categoria Ambiente.

Copenhagen è ormai alle spalle

I giochi di parole, per nascondere la delusione e spacciare per ottimo un accordo che in realtà è pessimo, andranno avanti a lungo nel nuovo anno, ma nessuna tela può nascondere un semplice fatto: gli ordini del giorno che molte aziende si aspettavano sulla gestione del carbonio non si sono materializzati.
Brutta notizia per il pianeta, ovviamente, ma anche per il business. Dozzine, forse centinaia di società, orientate al futuro, aspettavano i risultati del COP15 con la speranza che stabilisse un accordo-quadro con cui ogni paese potesse creare legislazioni, regolamentazioni, accordi volontari, o altre carote e bastoni per guidare le loro rispettive economie verso un futuro a basse emissioni di carbonio, con tutto il suo potenziale innovativo, il recupero dell'efficienza economica, e la creazione di lavoro. Da dove arriverà quell'accordo-quadro – e quando? E come adatteranno le loro strategie per il carbonio, queste società orientate al futuro, o come le cambieranno alla luce della voce dei leader globali?
Queste saranno questioni-chiave nel mondo del business "green" nel breve termine, e speriamo di riuscire a portare contenuti e analisi profonde dalla stanza dei bottoni. Un luogo – anzi due - per farlo saranno i 2010 State of Green Business Forums, il 4 febbraio a San Francisco ed il 9 febbraio a Chicago. Entrambi gli eventi ospiteranno un dibattito, "Carbon Management After Copenhagen" (La gestione del carbone dopo Copenhagen) centrato su cosa succederà adesso. I partecipanti sentiranno le voci di aziende come UPS e Yahoo!, così come quelle di esperti da EcoSecurities, The Climate Group e altre organizzazioni sulla linea del fronte del business e del clima.
Ho tentato, negli ultimi giorni, di trovare qualche speranza (Hopenhagen) nella parola Copenhagen — di essere, cioé, positivo sui risultati del summit sul clima del COP15 appena concluso. L'evento si è concluso con un bisbiglio, non un suono fragoroso, una conclusione per nulla sorprendente per un evento sovrastimato del quale tutte le parti coinvolte avevano parlato come dell'appuntamento a cui tutto il mondo guardava per risolvere un unico, critico problema che interessa...beh, l'intero mondo.
Una volta terminato, l'intero esercizio – circa 50mila partecipanti ufficiali, e probabilmente altrettanti non ufficiali, centinaia di eventi, da negoziazioni formali ad accorpamenti disomogenei attorno ad un tavolo di persone che hanno a cuore il problema – è sembrato un nulla, un esercizio di futilità nato da un ideale che attori i più disparati potessero trovare uno scopo comune nel risolvere assieme problemi globali. Come oramai saprete, il Copenhagen Accord che il summit ha infine prodotto è una semplice dichiarazione messa insieme da cinque paesi e 'riconosciuto', in qualche caso a denti stretti, dalla maggioranza ma non da tutte delle 188 delegazioni nazionali. Conteneva pochissime novità o spinte all'azione, riconoscendo che "i cambiamenti climatici sono una delle più grandi sfide del nostro tempo", che "tagli radicali nelle emissioni globali sono necessari secondo la scienza" e che "l'adattamento agli effetti negativi del cambiamento del clima e ai potenziali impatti delle risposte è sfida che tutti i paesi devono fronteggiare." Riconosceva la necessità di prendere azioni per mantenere gli aumenti della temperatura sotto i 2°C ma non conteneva alcun vincolo legale per ridurre le emissioni di gas serra. Ci sono impegni finanziari per diversi miliardi di dollari da paesi sviluppati a favore di paesi in via di sviluppo, ma pochissime indicazioni specifiche riguardo da dove i soldi arriveranno, e dove andranno.
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