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Copenhagen un mese dopo: riflessioni

L'accordo raggiunto a Copenhagen in occasione della Conferenza sul Clima organizzata dalle Nazioni Unite (COP15) si presta ad una doppia chiave di interpretazione: dal punto di vista della politica, e da quello delle aziende e del business in genere.

Redazione GreenCity

Pubblicato il: 19/01/2010 nella categoria Ambiente.

Copenhagen un mese dopo: riflessioni

Come uscire o, meglio ancora, evitare di entrare in un situazione del genere?

Dal punto di vista politico, per l'Unione Europea e per i suoi 27 Stati Membri si tratterebbe di accelerare il processo di integrazione delle istituzioni. Puntare ad una sostituzione dei Governi nazionali con un Governo dell'Unione, in grado di prendere decisioni politiche impegnative. Questo permetterebbe di attuare una politica di blocco dell'implementazione dell'Accordo di Copenhagen. Diciamo pure di "sabotaggio", perlomeno per quanto riguarda il Green Climate Fund. Non sono previsti vincoli legali nei confronti dei Paesi firmatari dell'Accordo? E allora l'UE dovrebbe rifiutarsi di consegnare i suoi soldi al Fondo, dandoli solo ed esclusivamente a quei Paesi che dovessero sottoscrivere precisi impegni politici ed economici con l'Europa. Questo permetterebbe, dal punto di vista politico, di formare un fronte opposto all'alleanza USA-Cina-India; dal punto di vista economico, di evitare l'affossamento dell'economia europea.
Contemporaneamente, Bruxelles dovrebbe portare avanti una politica economica fortemente improntata agli incentivi nei confronti delle aziende e delle organizzazioni economiche europee in genere: incentivi all'innovazione, allo sviluppo tecnologico, alla creazione di posti di lavoro.
Fulcro di questa politica economica di incentivi dovrebbe essere l'industria, più che il commercio o i servizi: l'Europa ha bisogno di tornare ad essere un paese di produttori, oltre che di consumatori.  Il solo settore dei servizi non può bastare a sostenere l'economia di una regione che conta su mezzo miliardo di abitanti. L'attuale crisi economica, causata dall'eccessivo peso che alcuni paesi hanno dato al settore della finanza, dovrebbe insegnare che la ricchezza di un Paese si basa sulla sua capacità di produrre beni, non sulla quantità e qualità di servizi finanziari (che troppo spesso sconfinano nelle catene di S.Antonio!).
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