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Copenhagen un mese dopo: riflessioni

L'accordo raggiunto a Copenhagen in occasione della Conferenza sul Clima organizzata dalle Nazioni Unite (COP15) si presta ad una doppia chiave di interpretazione: dal punto di vista della politica, e da quello delle aziende e del business in genere.

Redazione GreenCity

Pubblicato il: 19/01/2010 nella categoria Ambiente.

Copenhagen un mese dopo: riflessioni

Se lo analizziamo da una prospettiva politica, dobbiamo partire dalla considerazione che l'accordo è stato raggiunto da un numero molto limitato di Paesi, una trentina in tutto sui 193 che compongo il cosiddetto Contracting Party (CP) , il novero dei paesi che partecipano ai diversi appuntamenti del COP. Per quanto estremamente ridotto, però, questo gruppo di 30 paesi rappresenta oltre l'80% del totale delle emissioni di CO2. Il "vecchio" Protocollo di Kyoto che si sta cercando di sostituire arrivava ad un mero 30% delle emissioni.  
Peraltro, solo un pugno – USA, Cina, India Sudafrica e Brasile – di questi 30 Paesi ha avuto un ruolo pieno ed effettivo nel determinare i contenuti (molto limitati) del testo concordato. Gli altri, si sono limitati a prendere atto di quanto deciso. E tra questi, purtroppo, va annoverata anche l'Unione Europea.
È proprio questo limitato coinvolgimento della gran parte dei Paesi, unito all'assenza di un vincolo legale al rispetto di quanto stabilito nel testo sottoscritto, a gettare le maggiori ombre sul futuro dell'accordo.  
Secondo quanto stabilito dalle convenzioni internazionali, i CP sono vincolati al rispetto delle sole decisioni prese secondo le procedure e le modalità decisionali previste dall'Articolo 8 dell'UNFCCC. L'Accordo di Copenhagen, in realtà, è stato raggiunto ai margini del COP15, e da soli cinque Paesi: questo lo "retrocede"al ruolo di mera espressione di indicazione politica. Dei "desiderata", insomma, e niente di più. Se, come e quando, queste indicazioni potranno trasformarsi in realtà, dipenderà dagli equilibri di potere che si manifesteranno negli anni a venire.  
Chiaramente, il fatto che dietro questo accordo ci siano tre delle quattro maggiori potenze economiche mondiali - USA, Cina e India - pone una grossa ipoteca a favore dell'Accordo. Spetterà agli altri paesi, a quelli che hanno espresso dissenso sui contenuti delle tre paginette che compongono il testo finale, trovare il modo per rovesciare quest'alleanza politica ed economica.

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