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Il futuro del mondo si decide a dicembre a Copenhagen

Dal 7 al 18 dicembre, all'evento mondiale COP15, migliaia tra leader politici, ministri, tecnici e scienziati, rappresentanti di organizzazioni industriali, culturali, del mondo dell’università e della ricerca, delle organizzazioni non governative attive nel campo ambientale e dello sviluppo, si ritroveranno a Copenhagen per discutere di clima, energia e sviluppo.

Redazione GreenCity

Pubblicato il: 04/09/2009 nella categoria Ambiente.

Il futuro del mondo si decide a dicembre a Copenhagen

Il futuro del mondo si decide a Copenhagen. Dal 7 al 18 dicembre 2009, sotto l'insegna dell'evento "COP15", migliaia tra leader politici, ministri, tecnici e scienziati, rappresentanti di organizzazioni industriali, culturali, del mondo dell’università e della ricerca, delle organizzazioni non governative attive nel campo ambientale e dello sviluppo, si ritroveranno nella capitale danese – di fatto, in quei giorni, Capitale del mondo intero – per discutere di clima, energia e sviluppo.
Problemi sintetizzati nello slogan del global warming, il riscaldamento globale, che minaccia di sovvertire gli attuali equilibri geopolitici e, soprattutto, i nostri stili di vita.


Prima di tutto, cos’è questo riscaldamento globale di cui tanto si parla? Le rilevazioni degli scienziati indicano che la temperatura media del pianeta si sia alzata di 0,74 gradi dalla fine del diciannovesimo secolo. Entro la fine di questo secolo, l’aspettativa è per ulteriori 1,8 gradi di aumento: in totale, nel 2100 la temperatura della Terra sarà di circa 2,5 gradi più elevata rispetto a duecento anni prima.
Bazzeccole?
Se prendiamo in considerazione gli sbalzi di temperatura dal giorno alla notte, dall’estate all’inverno, a cui siamo abituati, allora sì, un sorrisino ironico è consentito: “ma di cosa si preoccupano, alla fine dei conti, questi scienziati?”. Due o tre gradi a livello planetario, però, contano molto, ma molto di più di una decina di gradi dal giorno alla notte. Per dare un’idea, una variazione di un paio di gradi di temperatura media è quello che ha portato i dinosauri all’estinzione.
Meglio correre ai ripari prima che tocchi anche a noi, quindi.


Perché le temperature si siano innalzate, in questi ultimi duecento anni, è argomento quanto mai dibattuto: c’è chi afferma la colpa sia prevalentemente umana – un secolo e mezzo di industrializzazione avrebbe portato a questo – chi invece ritiene l’impatto dell’uomo sull’ambiente non sia così profondo e le emissioni di CO2 e degli altri gas inquinanti derivanti da attività industriali si siano semplicemente inserite in un contesto di grandi cambiamenti naturali.
A Copenhagen saranno presenti sostenitori di entrambe le posizioni.

Di chiunque sia la “colpa”, il riscaldamento del globo è fuor di dubbio: la speranza – e l’obiettivo dei più pragmatici – è che le discussioni, in Danimarca, vertano non tanto sul rinfacciarsi vicendevolmente colpe non certe, ma sul trovare un accordo su come fronteggiare la situazione.

L’attuale trend al rialzo si porterà dietro, come diretta conseguenza, un radicale mutamento delle condizioni di vita sulla Terra. Questi due-tre gradi in più causeranno l’estinzione di numerose specie, animali e vegetali. Sono diverse le specie di flora e fauna che, indebolite da inquinamento e perdita di habitat utile, sono ormai così a rischio che gli scienziati ritengono difficile riescano a superare la boa dell’anno 2100. L’essere umano non corre questo rischio. Di sicuro, però, dovrà affrontare condizioni climatiche notevolmente diverse da quelle di oggi.

Il livello medio delle acque dei mari e degli oceani è salito dai 10 ai 20 centimetri, nel corso dell’ultimo secolo. Un ulteriore aumento, quantificato dagli scienziati tra i 18 ed i 59 centimetri, è atteso per la fine di questo secolo. Non lasciamoci ingannare da queste cifre: sembrano poca roba, da una parte; dall’altra, la differenza è tale da poter suscitare dubbi sulla capacità della Scienza di analizzare e calcolare. In realtà, i 10-20 centimetri di aumento già rilevati sono stati sufficienti a far sparire alcune isolette dell’Oceano Pacifico, inghiottite dall’acqua.
Raggiungere il livello massimo di innalzamento delle acque previsto dagli esperti di riscaldamento globale significherebbe che molte migliaia di chilometri di linea costiera finirebbero sott’acqua: tra queste, anche zone altamente popolate come il Bangladesh. Il risultato finale sarebbe milioni di profughi in fuga da città sommerse, in tutto il mondo. Italia compresa. Dalle nostre parti il rischio maggiore lo corrono aree come la laguna veneta, già abbondantemente colpita da questo fenomeno. Per immaginare cosa può significare un ulteriore innalzamento del livello dei mari di un mezzo metro circa, pensate a Venezia: acqua alta perenne, ovvero la morte di questa perla dell’ingegno umano.
Aree urbane da ricostruire, colpite nelle loro infrastrutture più importanti: acqua, gas, energia, trasporti, distrutte o pesantemente danneggate dalla crescita dei mari.

Da ripensare anche i sistemi di produzione e distribuzione degli alimenti. La perdita delle aree costiere costringerebbe milioni di persone a trasferirsi, andando ad occupare terra oggi libera o utilzzata in altro modo. Su tutto il pianeta, la perdita in ettari per l’agricoltura ammonterebbe a svariati milioni. La capacità di produzione agricola sarebbe colpita duramente, con numerose aree – Asia centrale, Africa del Sahel, le Grandi pianure degli Stat Uniti – trasformate in deserti o comunque rese del tutto improduttive (se non a costo di grandi investimenti in tecnologie agricole e di trattamento del suolo e dell’acqua).

Tutto questo è il riscaldamento globale. Tutto questo costituirà il fulcro delle discussioni a Copenhagen. Con un grande imperativo: agire oggi, tutti insieme, per non pagare un prezzo ancora più alto domani.







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