Greenpeace: la Rainbow Warrior a Fukushima analisi radioattività delle acque

Pubblicato il: 29/02/2016
Autore: Redazione GreenCity

Questa indagine sulla radioattività è la venticinquesima ricerca sugli impatti dell’incidente nucleare di Fukushima condotta dall’organizzazione dal marzo 2011.

Con l’avvicinarsi del quinto anniversario del disastro di Fukushima, Greenpeace Giappone ha annunciato di aver avviato un’indagine sulla contaminazione radioattiva delle acque dell’Oceano Pacifico causata della centrale nucleare di Fukushima.
L’analisi viene condotta da una nave di ricerca giapponese con un dispositivo unico nel suo genere: si tratta di un ROV (Remotely Operated Vehicle), equipaggiato con uno spettrometro in grado di rilevare la presenza di raggi gamma e un dispositivo per la campionatura dei sedimenti.
L’ex primo ministro giapponese Naoto Kan, in carica al tempo del disastro nucleare, si è unito all’equipaggio della Rainbow Warrior, la nave ammiraglia di Greenpeace, e ha lanciato un appello per l’abbandono totale dell’energia nucleare.  
«Credevo che l’avanzata tecnologia giapponese potesse impedire il verificarsi di un incidente nucleare come quello di Cernobyl. Ma è successo. E mi sono trovato di fronte all’eventualità di dover evacuare circa 50 milioni di persone, a rischio per l’incidente nucleare di Fukushima Daiichi. Da quel momento, ho cambiato idea», dichiara Kan. «Non dobbiamo correre un rischio così grande. Dovremmo invece muoverci verso energie rinnovabili più sicure e meno costose, che rappresentano opportunità economiche per le future generazioni».
La TEPCO (Tokyo Electric Power Company) ha prodotto finora più di 1,4 milioni di tonnellate di acqua radioattiva per cercare di raffreddare le centinaia di tonnellate di combustibile del reattore fuso nelle unità 1, 2 e 3 della centrale di Fukushima Daiichi. Oltre all’iniziale rilascio di elementi radioattivi in acqua durante le prime settimane dall’incidente e il continuo rilascio dalla centrale ogni giorno, la contaminazione radioattiva è entrata anche nel terreno, in particolare nelle foreste e nelle montagne di Fukushima, e continuerà a permanere nell’Oceano Pacifico per almeno 300 anni.
«Il disastro di Fukushima è stato il più grande episodio di rilascio di radioattività nell’ambiente marino della storia. C’è un urgente bisogno di comprendere l’impatto che questa contaminazione sta avendo sull’oceano, come la radioattività vada diffondendosi e allo stesso tempo e riconcentrandosi lungo la catena alimentare, e le relative implicazioni», afferma Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia.
Le indagini di Greenpeace proseguiranno per tutto il mese di marzo e si svolgeranno lungo le coste della prefettura di Fukushima, in un raggio di 20 chilometri dalla centrale nucleare di Fukushima Daiichi.  Il team sta collaborando con scienziati provenienti dal laboratorio indipendente Chikurin-Sya di Tokyo e dal francese ACRO.
Non si intravede ancora una fine della vicenda per le comunità locali di Fukushima, molte delle quali non possono fare ritorno a casa a causa della contaminazione radioattiva. Solo tre dei cinquantaquattro reattori nucleari esistenti in Giappone nel marzo 2011 sono attualmente in funzione. Il governo giapponese ha fissato l’obiettivo, irrealistico, di riportare 35 reattori in funzione entro il 2030, nonostante i numerosi problemi tecnici e le cause legali intentate dai cittadini stiano mettendo in seria discussione il ritorno della produzione nucleare in Giappone.

Categorie: Ambiente

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